L’uomo del labirinto – film, libro e differenze
Donato Carrisi filma il proprio libro cercando di non tralasciarne i dettagli che hanno reso l’opera cartacea intrigante e scorrevole, ci sarà riuscito senza apportare modifiche?
Togliamoci subito il pensiero: no, il film non è riuscito a trasmettere lo stesso stato di tensione della sua controparte cartacea. I motivi sono principalmente due, ovvero la volontà dello scrittore di inserire praticamente tutto ciò che è raccontato tra le pagine del thriller e, in secondo luogo, la mancanza quasi totale dell’effetto sorpresa nel finale, soffocato da un numero di dettagli troppo elevato per non far sospetare lo spettatore di quello che sta per essere svelato.
Ma andiamo con ordine.
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Carrisi è sempre stato uno scrittore e regista atipico rispetto a quelli che sono i canoni che contraddistinguono il palcoscenico italiano. Un po’ come Faletti, infatti, strizza l’occhio alla narrativa super scenografica d’oltre oceano, inserendo nei propri scritti un’apparente linearità che pian piano si traforma in una sorta di preambolo a quella che sarà poi la concitata e imprevedibile fase conclusiva. Ecco, forse è proprio questo il principale difetto della trasposizione cinematografica, l’assenza di quel disorientamento e di quell’ impossibilità ad arrivare ad una conclusione ragionata.
Intendiamoci, non è tutto così palese ed il mistero sulla figura del sequestratore rimane intaccato, tuttavia il plot twist non regala la stessa soddisfazione del libro pur mantenendone, anzi quasi arricchendone, i contenuti. Si perchè, curiosità, l’uomo del labirinto non è altro che il terzo di una serie di quattro libri (ad oggi) facenti parte dalla saga de il suggeritore, iniziata con l’omonimo racconto del 2009. Per ovviare al problema dei riferinti ai due precedenti capitoli che altrimenti non sarebbero stati colti dai non lettori, nonostante l’opera possa essere considerata per il 90% stand alone, Carrisi ha deciso di inserire in modo quasi massiccio alcuni dettagli non di poco conto che in teoria dovrebbero riempiere parzialmente i vuoti dei capitoli precedenti, ma che al contrario restituiscono una consapevolezza troppo ampia dei fatti che accadono e della verità nascosta.
ATTENZIONE, SEGUONO ALCUNI SPOILER
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Come detto prima, la struttura “poco italiana” nello scrivere si riperquote inesorabilmente anche nello sceneggiare e nel dirigire il film. Ecco quindi che vediamo un bistrattato Tony Servillo nei panni dell’investigatore protagonista Bruno Genko, americanizzato il più possibile, vagare alla ricerca di indizi in un mondo afflitto da una piaga ambientale che arroventa perpetua le giornate. Al suo fianco, anche se non letteralemnte, il maestro Dustin Hoffman, quest’ultimo nel ruolo del profiler Green, intento per tutta la pellicola a far recuperare la memoria all’appena ritrovata Samantha Andretti, ex adolescente sequestrata per più di un decennio e interpretata da una bravissima Valentina Bellè.
Il libro, così come il film, percorre una strada che quasi sdoppia il racconto, narrando la vicenda parallelamente. Da una parte seguiamo le vicissitudini del morente Genko alla ricerca del sequestratore ancora a piede libero, dall’altra i frequenti dialoghi tra Green e Samantha all’interno di una stanza ospedaliera, atti a far emergere un possibile volto del mostro attraverso le momorie della vittina, costipate di atrocità alle quali veniva sottoposta in quello che era a tutti gli effetti un labirinto scavato nel sottosuolo.
Ma se lo scrittore, così come il lettore, è già “conscio” del passato e può quindi nascondere fino all’ultima parola che in realtà le due linee del racconto sono poste a distanza di un anno l’una dell’altra e che Samantha Andretti altri non è che l’agente Mila Vasquez (protagonista della saga), mai nominata, il regista, quindi il film, non può concedersi lo stesso privilegio per i motivi sopracitati, per cui la presentazione della Vasquez, seppur indiretta, avviene già a partire dalla prima metà del film in cui si nota più di una volta come i colleghi sottolineino a Genko il fatto che non abbiano notizie della poliziotta ormai da giorni.
E’ come se ci fosse un tentativo velato e piuttosto frequente, però maldestro, di piazzare piccoli indizi per il pubblico al fine di non lasciare buchi di trama, che però mettono fin troppo in rilievo la presenza ipotetica di Mila, tanto che si arriva a pensare che prima o poi spunterà fuori.
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Discorso simile per il Dottor Green, sul libro pacato e quasi impeccabile nella gestione del proprio ruolo, mentre appare troppo frenetico e aggressivo nella pellicola, con inquadrature che spesso si soffermano sul suo giocherellare con una pallina antistress mentre interroga la presunta Samantha Andretti. Ed è proprio l’impressione di un interrogatorio quella che danno i frequenti dialoghi tra i due, mettendo in secondo piano ciò che in realtà dovrebbe essere un tentativo di riesumazione delle memorie della giovane. L’agire del personaggio di Hoffman non garantisce quell’insospettabilità manifestata sul cartaceo, anzi, porta lo spettatore a dubitare in qualche modo anche di lui.
Sebbene il film tenda a mantenere inalterata la volontà iniziale di Carrisi, le tecniche narrative utilizzate, unite alla lentezza generale del racconto ed a un numero elevato di avvenimenti circoscritti in un periodo di tempo relativamente breve, contribuiscono ad un risultato finale che di certo non fa risplendere la produzione.
L’uomo del labirinto è quello che il libro racconta ma non quello che il libro regala a livello emozionale. Guardatelo, perché non è il solito film italiano ed offre ottimi spunti, ma fatelo dopo aver bevuto un buon caffè e senza troppe aspettative.



