The Idler

Joker

Quando ho letto le prime notizie riguardo a Joker ero un po’ perplesso. Sapevo già che un attore del calibro di Joaquin Phoenix avrebbe incarnato in maniera perfetta il controverso Joker (facendoci dimenticare del tutto Jared Leto), tuttavia avevo qualche riserva sul regista: Todd Philips.

Insomma Todd ci fa ridere(?) fin dal 2000 – qualcuno si ricorda Road Trip? – e ha riportato un po’ di freschezza nel mondo stantio delle comedy con il primo The Hangover. Ma oltre questo? I due sequel appena usciti sapevano già di vecchio e War Dogs, diciamocelo con sincerità, non l’ha visto nessuno.

Quindi da un lato abbiamo Joaquin Phoenix, pronto a interpretare un ruolo con un’eredità pesante dopo la dipartita di Heath Ledger e la non pervenuta prova attoriale di Jared Leto, dall’altro un regista che non sta proprio sguazzando nel suo genere.

Potrei spendere qualche parola anche sul coinvolgimento iniziale di Martin Scorsese nel ruolo di produttore, che poi si è dileguato agli inizi della produzione. Con molta probabilità ha deciso di allontanarsi dal progetto per poter fare vero “cinema” come recentemente dichiarato. La sua ombra è chiaramente visibile a prodotto finito, ma di questo ne parliamo più avanti.

Joaquin e Todd

Questi erano i pensieri che mi frullavano in testa mentre attendevo l’inizio della proiezione – della pellicola in 70mm, nell’unica sala in Italia a proiettarlo così! – mentre dietro di me un gruppo di ragazzini delle superiori parlava delle challenge di qualche YouTuber.

Iniziano i titoli di testa, un vecchio logo in bianco e rosso della Warner Bros mi saluta e, subito dopo, mi ritrovo catapultato in una Gotham degli anni ‘80. Sporca, rumorosa e piena di vita, che non si cura del protagonista, uno dei tanti mostrato in questo campo lungo che prova a sopravvivere. Il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix è impegnato a far roteare un cartellone pubblicitario in aria, accenna qualche passo di danza e cerca di attirare l’attenzione verso il negozio che lo ha ingaggiato.

Dopo qualche secondo, come visto nei trailer, Arthur Fleck viene derubato da un gruppo di teppisti. Lui cerca disperatamente di recuperare il proprio cartellone, insegue i ragazzi in un vicolo solo per poi venire malamente picchiato dal gruppo. Malmenato e ferito nell’orgoglio riceve una ramanzina dal capo e torna verso casa, salendo con piedi pesanti una scalinata che sembra infinita. In cima trova il suo palazzo, una struttura che il personaggio di Zazie Beetz odia ma che è comunque costretta ad abitare.

Questa è Gotham, una città che sta attraversando una crisi economica, politica e sociale. La città è chiaramente lacerata in due, tra le classi meno abbienti pronte a ribellarsi (definiti come Clown da Thomas Wayne) e i ricchi esponenti del ceto medio e altolocato che passano il loro tempo a guardare le proiezioni di Modern Times di Chaplin o in club per stand-up comedian.

Non posso che lodare le scenografie di questo film, sono vere e restituiscono allo spettatore innumerevoli ambienti vivi e soprattutto vissuti. Dalle strade piene di rifiuti in cui le auto cercano uno spazio per passare, al piccolo ufficio fumoso in cui Arthur svolge il suo colloquio periodico per poter ricevere le medicine per la sua malattia mentale. I mezzi di trasporto, le scale, gli ascensori e gli appartamenti riverberano un’estetica che quasi ricorda una Los Angeles distopica del 2019 popolata da replicanti. Il merito di tutto questo è sicuramente di New York, delle strade di Manhattan, del Bronx o Harlem che regalano finalmente allo spettatore uno scenario molto lontano dai posticci set a cui siamo stati abituati ultimamente.

La trama di Joker di per sé non è niente di originale. Arthur Fleck subisce, subisce e subisce ancora le angherie di una società forse troppo cinica, che non ha assolutamente a cuore le persone più deboli e fragili come lui. Tra un’illusione e l’altra, dopo essere stato raggirato al lavoro e soprattutto in casa, Arthur si spezza. Senza le sue medicine a frenare i suoi impulsi segue semplicemente il suo istinto e le sue azioni dettate dalla paranoia, dalla vendetta e dalla gelosia saranno interpretate dalla folla di Gotham – anche fin troppo alla ricerca di un simbolo con cui immedesimarsi – come una scintilla per la ribellione.

Vorrei evitare di fare il pignolo quindi mi soffermerò solo su un paio di punti che ritengo ledano la credibilità di tutto questo film. Il primo punto è la volontà della DC di creare questa pellicola come film stand-alone, rimarcando nel corso della produzione attraverso diverse dichiarazioni come questo film è slegato da tutti gli altri cine-comic precedenti. Il film è uno solo, non ci saranno sequel, prequel o apparizioni di Joaquin Phoenix in altre pellicole (lo vedremo!). Questa volontà di isolare Joker dall’universo cinematografico DC va a cozzare con alcune scelte mostrate durante il film come ad esempio la forte presenza di Thomas Wayne (un po’ banale il tentativo di far abboccare lo spettatore a una possibile parentela con Arthur) o ancora l’ennesima scena della morte dei genitori di Bruce (quante volta abbiamo visto quella collana di perle rompersi?) per non parlare della presenza del piccolo Bruce Wayne. Se la scelta di mostrare l’Arkham Asylum risulta un discreto occhiolino allo spettatore, il resto di queste scene, considerando soprattutto l’impronta del film, cozza non poco.

Questo detto, si arriva al secondo punto: Joker narra la genesi del Nemico che per antonomasia definisce Batman. Com’è possibile credere che una persona rotta e malata come Arthur Fleck, chiaramente succube degli eventi possa diventare una minaccia per il Cavaliere Oscuro? Joker non ha la prestanza fisica, non ha lo stesso arsenale dell’uomo pipistrello, i loro scontri si sono sempre basati sulla rispettiva intelligenza. Joker deve essere più sveglio, più scaltro e almeno un paio di mosse avanti a Batman per sperare di prevalere. Tutto questo non è presente e il film non getta nemmeno le basi per una crescita del personaggio.

Sarò sincero, pensavo di vedere almeno in minima parte l’ascesa nel mondo del crimine del neo nato Joker, magari nelle fasi finali del film, andando a stabilire in modo netto il tipo di minaccia che Batman sarà destinato ad affrontare nel futuro. Non mi aspettavo un montaggio alla Scarface, però dai, almeno un’ascesa alla Breaking Bad potevano inserirla nei 122 minuti di durata. Purtroppo non sono stato accontentato.

Joker deve molto a titoli come Taxi Driver o Re per una notte ed è chiaro che è stato realizzato mettendo al centro il personaggio di Arthur Fleck con Travis Bickle in mente. È dai tempi di The Dark Knight che Warner Bros e DC non sfornano un prodotto della stessa qualità. Non è sicuramente il Joker che ci meritavamo ma probabilmente è quello di cui la società ha bisogno adesso. Una pellicola che ha alimentato controversie e paure sulla violenza, che ha seminato il panico in America per la possibilità di potenziali attacchi nei cinema. Insomma, almeno per qualche settimana ha assunto il ruolo di capro espiatorio per una società indaffarata a cercare nei media la causa del malessere, della violenza e delle cose cattive.

Durante le fasi finali del film riflettevo proprio sulla violenza mostrata. Il kill count di Joker è davvero basso, meno di 10 morti, tuttavia ogni delitto è significativo. Senza fare spoiler si parte dalle prime uccisioni quasi casuali (fatte più per difesa personale), a un omicidio intenzionale ma ancora dettato dall’istinto, per poi concludersi con un delitto quasi premeditato. Il tutto parte proprio quando ad Arthur viene messa una pistola in mano: non proprio sottile come critica alla società. In ogni caso gli omicidi commessi da Arthur sono spietati e colpiscono allo stomaco perché vengono mostrati per intero nella loro brutalità. Non si può però empatizzare con il clown, anche se le circostanze mostrate dal film fanno di tutto per giustificare le sue azioni, lo spettatore non può che rimanere diviso tra un personaggio in balia degli eventi e soprattutto della propria malattia. Quando Arthur veste finalmente i panni del Joker, lo vediamo ancora una volta sulla scalinata vicino al suo appartamento. C’è una differenza però, lui adesso scende le scale con leggerezza, ballando e calciando l’acqua che si trova sotto i suoi piedi. Joker è libero perché ha strappato qualsiasi legame con la vecchia vita.

I minuti finali del film sono un susseguirsi di… beh finali. Forse Todd Philips era un po’ indeciso su come far finire la propria pellicola così ci ha regalato 2-3 epiloghi che non aggiungono nulla alla narrazione del film se non quello di farci mettere in dubbio la qualità dei servizi socio-sanitari di Gotham City.

Tirando le somme, Joker è sicuramente un film consigliato. Non fa parte del grande calderone dei cine-comics ma allo stesso tempo non riesce a tagliare del tutto il suo cordone ombelicale con il materiale d’origine. Chissà, forse è questa la strada da seguire per la DC, quella di abbandonare la scia del MCU per dedicarsi a film stand-alone più raccolti con una maggiore impronta autoriale.

Esco dal cinema con ancora questi pensieri che mi ronzano nella testa. Cerco di immaginare un film su Superman in cui la minaccia che deve affrontare non è una potente creatura dell’Armageddon, ma piuttosto l’inquinamento che ha irrimediabilmente oscurato il sole da cui trae la forza. Senza più poteri Clark Kent deve guadagnarsi da vivere come un normale umano magari lavorando veramente come reporter, tirando avanti un articolo alla volta. Purtroppo la crisi colpisce anche il Daily Bugle e così viene lasciato andare. Kal-El non ha altra scelta, non può coltivare i suoi terreni a Smallville a causa dell’inquinamento e si ritrova costretto a diventare un’attivista ambientale, cercando di mobilitare se non tutto il mondo almeno Metropolis per una risoluzione.

Sento un brivido che mi attraversa lungo la schiena e inizio a pensare ad altro. Nel frattempo sento i ragazzini che erano seduti dietro di me al cinema scherzare e ridere, stanno commentando il film e sembra che non vedano l’ora di vedere il prossimo film della Marvel.

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