
Discutere dell’ultimo capolavoro firmato Naughtydog è forse l’unico modo per tentare di colmarne il vuoto lasciato. Proviamoci, dunque.
“Il passato è passato, Piccola.”
Nel 2013, dopo decenni di colori vivaci e mondi buffi, Naughtydog decide di abbracciare l’oscurità più profonda svoltando totalmente rispetto a quanto mostrato in passato, lanciandosi in quello che già all’epoca era un contesto saturo di zombie movie e videogiochi che facevano del connubio virus – apocalisse il proprio cavallo di battaglia. L’attesa c’era, è vero, nutrita specialmente dalla consapevolezza che la compagnia con a capo Neil Druckmann era sempre stata sinonimo di grande qualità, ma l’entusiasmo restava su livelli medi mentre passava per la mente una domanda ben chiara: serve davvero?
Senza soffermarsi troppo su cosa sia stato in realtà The last of us, per rispondere alla domanda precedente basterebbe rimarcare cosa NON sia stato, ovvero un videogioco sugli zombie. Il percorso di Joel ed Ellie rappresenta la rinascita di un uomo che prova a dare un vero senso alla propria vita, dopo che gli eventi l’hanno trasformato in un cinico essere che ha ormai abbandonato la vita a favore della sopravvivenza.
Al termine della prima parte, con uno dei finali migliori di sempre, il gioco ci riporta idealmente all’inizio del racconto stesso, in cui troviamo un padre disposto a tutto pur di salvaguardare la vita della propria figlia. Ed è proprio quello il momento in cui dalle ceneri delle scelte compiute nascono quelle che poi saranno le conseguenze da dover affrontare durante la parte 2.
Puntualizziamo, questa non è una Review. Tutto ciò che segue è frutto di un’esperienza personale, anche se a tratti verranno espressi pareri apparentemente controversi ma oggettivi. E no, non ci sarà un voto finale, anche perché non riguarderebbe un’analisi del genere.
Ricordate Metal Gear Solid 2: sons of liberty? O meglio, ne ricordate i trailer? I filmati di presentazione ci mostravano un Solid Snake in forma smagliante muoversi furtivamente tra i ponti del tank. Tramortiva nemici, affrontava un harrier e in ultimo fuggiva dalla nave mentre questa imbarcava pericolosamente acqua. Tutto bellissimo, esattamente come le prime ore di gioco, impeccabili. Il sequel perfetto.
L’estasi dell’introduzione però, si trasformava bruscamente in una cocente delusione quando dopo una breve sequenza si mostrava Raiden, un ragazzino biondo dalla voce acuta, nonché vero protagonista di quella che nel tempo verrà annoverata come una delle trame più criticate dell’era videoludica moderna ma, nel bene e nel male, pur sempre un capolavoro.
Quasi vent’anni dopo, con le dovute proporzioni e in un tempo in cui è presente un inquantificabile marciume prodotto dall’internet, ecco che al videogiocatore si presenta la medesima sensazione. Quel “bluff” per il quale Kojima si fece Cicerone, adesso rispunta senza alcun avviso (leak a parte), colpendoci in pieno petto. E fa un male cane.
Da qui in avanti si fa sul serio con gli SPOILER.
*voce da donna: “Freeze!”
Come detto, non essendo questa una recensione, non verrà sezionato ogni aspetto del gioco ribadendo quanto già scritto dai più sulla grandezza del comparto tecnico, audio, gameplay e via dicendo. Ci si soffermerà invece sul significato dell’opera e su tutto ciò che, sempre in maniera soggettiva, è riuscita a trasmettere.
The last of us parte II si presenta inizialmente come una storia di pura vendetta. La drammaticità nel vedere Ellie impotente durante la straziante sessione in cui Abby uccide brutalmente Joel mentre il gruppo del WLF resta a guardare, non è altro che la maschera che Naughtydog ricama sul gioco, introducendo una motivazione forte sia verso la protagonista che verso il giocatore.
Eppure, mentre si prosegue e la vendetta inizia a compiersi, i flashback mostrano un rapporto tra Joel ed Ellie non più idilliaco, anzi, decisamente conflittuale con un netto allontanamento voluto dalla ragazza. Il motivo diverrà presto chiaro quando in un altro ricordo la protagonista tornerà all’ospedale di Salt Lake e scoprirà ciò che realmente è accaduto due anni prima, quando Joel decise di anteporre la vita di Ellie alla possibilità di ottenere un vaccino. Oltre a ciò, sfogliando le pagine del diario che man mano Ellie aggiorna, si intuisce come ci sia dell’altro nel disagio della ragazza, che non riesce più nemmeno a ricordare il volto di Joel se non massacrato dalle sevizie subite prima di perdere la vita.
Ad un certo punto del gioco, in aggiunta a quanto detto in precedenza, ci si ritrova ad aver compiuto delle azioni brutali di pari impatto rispetto all’omicidio compiuto da Abby. Tutto quel che accade nei tre giorni a Seattle, soprattutto dopo l’assassinio di Owen e Mel, induce il giocatore a chiedersi se basti la vendetta a giustificare e motivare Ellie affinché ritrovi la pace e se stessa. E’ proprio in quel momento, quando il cerchio sta per chiudersi, che il gioco decide di mostrarci un altro punto di vista, quello del nemico… o forse no.
Abby è un soldato addestrato in una guerra spietata contro altri esseri umani, ed è forte, così come la sua storia, forse ancor di più rispetto a quella di Ellie. A differenza della figlioccia di Joel, Abby arriva da anni di ossessione e malgrado ciò, dopo tutto quel tempo passato quasi esclusivamente ad allenare il proprio corpo, continua ancora ad avere degli incubi, sebbene la missione di ritrovamento ed uccisione del carnefice del proprio padre sia ormai compiuta. Incubi, dunque, pure in seguito aver ottenuto la sua vendetta. Le si ripresentano spesso e accomunano quei momenti di disperazione ad episodi per i quali nella realtà Abby rimane colpita o per cui cerca di trovare risposta emotiva e pratica, come nel caso di Lev e sua sorella.
Il putiferio scatenatosi sul web deriva proprio dalla scelta di far vivere al giocatore il personaggio di Abby, con la sua poca umanità, le sue paure e tutto il suo percorso di cambiamento. Quel che però non è mai stato chiaro ai sentenziatori dell’internet è che il gioco non ha come obiettivo rendere obbligatoriamente simpatica Abby o giustificarne in qualche modo il gesto nel prologo, anzi, the last of us parte II non pretende proprio nulla, ma regala massima libertà di reazione emotiva a chi lo gioca.
Inizialmente il sentimento comune verso Abby è l’odio, non c’è dubbio. Tuttavia le due protagoniste vivono un percorso incredibilmente simile, con l’unica differenza che la vendetta di Ellie deve ancora consumarsi del tutto. Ed è qui che si arriva al primo punto, incompreso o mal tollerato dai casual gamers: Il gioco non si assume la responsabilità di farci empatizzare con Abby, ce ne dà soltanto la possibilità. Ognuno vive il viaggio e le scelte a seconda delle proprie sensazioni. Per quanto riguarda l’esperienza di chi scrive, pur avendo apprezzato terribilmente il contesto e la storia costruita attorno ad Abby, non sono mai riuscito ad immedesimarmi nel suo percorso e, di conseguenza, non ho mai accettato né perdonato quanto fatto a Joel, pur comprendendo quelle motivazioni.
Abby è un personaggio che ha condannato, ucciso e talvolta torturato altri esseri umani solo perché ordinato da un capo a sua volta ribelle. Abby è un mostro, come Joel, come Ellie. Non c’è un buono o un cattivo, c’è un mondo crudo che toglie l’umanità e trasforma le persone in esseri semi-vuoti, come i protagonisti, con i quali solo in alcuni casi si riesce a creare empatia.
A mio avviso, il punto di svolta del gioco sta nell’ultimo flashback. Il giocatore fino alla rievocazione conclusiva tende a pensare che The last of us parte II sia la storia di una vendetta, ma scopre solo nel finale che si tratta di molto di più. Infatti quando Ellie abbandona Dina ed il figlio nell’epilogo del gioco, ci si chiede cosa la spinga a compiere quella scelta. Nonostante abbia trovato finalmente pace insieme alla sua famiglia e nonostante Abby l’abbia risparmiata, Ellie decide comunque di darle ancora la caccia. Non può essere solo la voglia di vendetta il motore che la spinge a fare ciò che fa. E infatti non sarà così.
Nel terzultimo e nel penultimo flashback in cui troviamo Ellie e Joel discutere, la ragazza conclude ogni discussione in malo modo: “Tornerò indietro (a Jackson) ma abbiamo chiuso!” (dopo la rivelazione di Joel sulle Luci) – “Non mi serve il tuo c***o di aiuto!” (dopo le discussioni nella sala da ballo). Il giocatore spera di vedere nell’ultimo flashback Ellie scusarsi con Joel o comunque tentare di riavvicinarsi a lui. Ciò che invece accade è un allontanamento ancor più profondo, quasi definitivo, con Ellie che ammette che, anche provandoci, non sa se riuscirà mai a perdonarlo.
Ed è questa la goccia che, dopo la morte di Joel, fa traboccare il vaso nell’inconscio di Ellie, la quale viene travolta dai sensi di colpa per quell’ultima frase rivolta alla persona che le aveva salvato la vita e che aveva tentato di ricominciarne una nuova come padre. La semplice storia di vendetta diventa agli occhi del giocatore, proprio sul finale, la storia di un’ossessione causata dal rimorso, da cui la protagonista non riesce a scappare. Ellie smette di essere umana e diventa lo stesso mostro al quale dà la caccia. Il fatto che Joel sia morto senza aver ricevuto tutto ciò che in fondo desiderava, ovvero il perdono, è il tormento che non dà pace alla ragazza durante tutto il suo viaggio.
Questa ossessione divora Ellie dall’interno, dandole tregua solo quando dopo un duro confronto fisico lei stessa decide di risparmiare e lasciare andare Abby e Lev. In quel momento Ellie smette di essere mostro ritrovando l’umanità perduta.
Il fatto che Ellie abbia risparmiato Abby immediatamente dopo aver avuto un flash dell’ultima conversazione avuta con Joel, sta a simboleggiare che in realtà non era la vendetta il sentimento principe, ma la redenzione. Non è mai riuscita a perdonarsi il mancato riavvicinamento e l’aver trattato male Joel fino al tragico evento. Ma nulla può riportarlo indietro, nemmeno uccidere colei che lo ha portato via.
È meraviglioso come venga sottolineato il fantasma dei loro traumi nei sogni interattivi che vengono reiterati durante il gioco. Anche la stessa Abby non è capace di staccarsi da questo male interiore nonostante abbia compiuto la sua vendetta, ma riesce a placarsi e ritrovare la pace con se stessa solo quando abbraccia a piene mani l’umanità, aiutando Lev e sua sorella.
L’ultima scena regala un forte messaggio finale: tutte le scelte compiute da Ellie durante il suo viaggio l’hanno portata a ritrovarsi sola. Non c’è più niente, neanche la musica della chitarra. L’ultimo vero insegnamento di Joel, perse due dita, svanisce per sempre.
The Last of Us Parte II è un uragano, che dopo il suo passaggio lascia un vuoto difficilmente descrivibile dentro ogni videogiocatore. Chi critica la narrativa e/o il finale di questo capolavoro probabilmente non ne ha colto la vera essenza. È un cerchio che, tra presente e passato, si chiude in modo tanto triste quanto magistrale.