Il nome del Vento
Ho sottratto principesse a re dormienti nei tumuli. Ho ridotto in cenere la città di Trebon. Ho passato la notte con Felurian e me ne sono andato sia con la vita, sia con la sanità mentale. Sono stato espulso dall’Accademia a un’età inferiore a quella in cui la maggior parte della gente viene ammessa. Ho percorso alla luce della luna sentieri di cui altri temono di parlare durante il giorno. Ho parlato a dèi, amato donne e scritto canzoni che fanno commuovere i menestrelli. Potresti aver sentito parlare di me.
Dopo una lunga pausa – in cui abbiamo visto, giocato e letto tante cose – ritorniamo con una pubblicazione regolare dei post!
Oggi vi parliamo di una serie fantasy chiamata Le cronache dell’assassino del re e costituita da Il nome del vento, La paura del saggio e Lo sguardo lento delle cose mute, scritta da Patrick Rothfuss che ho da poco finito di rileggere. Avete capito bene: rileggere! Se non è un indicatore di qualità questo!
Non fatevi ingannare dal titolo un po’ banalotto, non siamo di fronte né alla solita saga popolata da elfi, nani e orchi in cui le forze del bene sono in lotta con quelle male, né davanti al convoluto intreccio narrativo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco… anche se in realtà Rothfuss ahimè ha un aspetto in comune con George R.R. Martin: l’estrema lentezza nello scrivere.
I romanzi seguono due differenti linee narrative: la prima è narrata in terza persona e si svolge all’interno di una locanda, la Pietra Miliare, gestita dal mite Kote. La seconda è invece in prima persona e, con un espediente narrativo, viene narrata direttamente dal protagonista. Sotto le umili spoglie del tranquillo locandiere si cela infatti Kvothe una figura controversa e misteriosa, a volte eroe e a volte malfattore, conosciuto con tanti nomi diversi come Ditoleggero, il Senzasangue, l’Arcano o il Regicida.
Kvothe è un uomo che si sta nascondendo – o come viene indicato nel primo e ultimo capitolo di ogni libro è un uomo che sta aspettando di morire – interpretando il ruolo di un locandiere in uno sperduto villaggio. Il monotono scorrere dei giorni viene interrotto quando Kvothe salva un uomo dall’attacco di alcune creature. L’uomo rivela di essere il “Cronista” ovvero un autore di libri storici e biografie che stava proprio cercando Kvothe per poter scrivere la sua storia. Seppur riluttante, il protagonista decide di accettare la proposta in modo da far cessare una volta per tutte le dicerie sul suo conto.
Cercare di riassumere la trama di questi libri in poche righe non renderebbe affatto giustizia al racconto intessuto da Rothfuss. Quindi qui sotto vi dirò dei fatti random giusto per farvi crescere un po’ di curiosità:
- Il giovane Kvothe, a differenza del borghese Harry James Potter, è… un poveraccio. Una volta persi entrambi genitori e tutti i suoi conoscenti non verrà mai lasciato in pace dal piccolo grande problema di cercare di sopravvivere senza avere un soldo in tasca;
- Come in ogni fantasy che si rispetti anche in questo è presente una scuola di magia (e molto altro) chiamata “Accademia”. A differenza di Hogwarts, gli studenti si devono guadagnare (letteralmente) l’ingresso e il privilegio di rimanere, dimostrando le loro competenze e pagando una retta. Non ci sono casate, non è presente un sistema di punti di lode o demerito, se uno studente dell’accademia compie un atto molto grave può venire frustrato ed essere espulso;
- Kvothe molto spesso sbaglia, prende decisioni avventate che lo mettono perennemente in pericolo di vita, dice sempre una parola di troppo contro chi ha più autorità di lui e non è esente da scatti d’ira o scenate;
- La lore dell’universo narrativo di Rothfuss viene sapientemente centellinata, attraverso canzoni, poesie e racconti che Kvothe ascolta durante la sua vita. Proprio attraverso questi racconti, un pezzo alla volta, l’autore ci instrada sulla verità riguardo il gruppo di “cattivi” del libro;
- L’importanza dei nomi o per meglio dire del vero nome delle cose rappresenta un punto fondamentale nel mondo di Kvothe. La sua gestione mi ricorda Il mago di Earthsea di Ursula K. Le Guin. Se si conosce il vero nome del vento (o del fuoco, della pietra, etc) lo si può richiamare per i propri scopi;
- Rothfuss gioca abilmente con gli archetipi e i cliché del racconto fantasy. Il protagonista molto spesso è etichettato come eroe solo perché è proprio lui a mettere in giro false voci sulle sue azioni, altre volte la figura del saggio mentore si rivela invece quella di una persona che vuole semplicemente prendere in giro Kvothe o ancora la tanto decantata bellezza del suo love interest viene velocemente sdoganata con un “aveva il naso storto”;
- Il protagonista prima di ogni cosa è un musicista. Il suo liuto è un fedele amico che lo accompagna in ogni avventura e rappresenta una vera e propria estensione di Kvothe. La musica ha un ruolo fondamentale nella storia narrata da Rothfuss, sono presenti numerose scene di spettacoli in locande o ballate cantate di fronte a un fuoco da campo.
I libri non sono perfetti ma grazie alla loro struttura narrativa sono molto scorrevoli e meritano senza dubbio una lettura se apprezzate il genere fantasy. La paura del saggio ad esempio soffre nel pacing un po’ ballerino degli eventi, Lo sguardo lento delle cose mute è un racconto totalmente atipico da essere un vero e proprio esperimento letterario, talmente fuori dagli schemi che ha fatto infuriare mezzo Internet.
Esistono diverse edizioni italiane edite da Fanucci Editore e Mondadori. Purtroppo la scelta delle copertine nelle edizioni più vecchie non rende affatto giustizia ai contenuti del libro dato che a prima vista sembrano dei young adult di infima categoria. Per iniziare vi consiglio di acquistare l’ultima edizione de Il nome del Vento di Mondadori stampata in occasione del ventennale dell’uscita dell’opera.



