Prima, durante e soprattutto dopo la visione di Doctor Sleep è difficile non pensare all’opera originale da cui tutto è iniziato. Shining, a ogni visione, ci ricorda quanto l’impronta autoriale di un regista – senza dimenticare quello del direttore della fotografia – è indiscutibilmente importante nell’elevare magari una sceneggiatura non proprio perfetta a qualcosa di iconico, da risultare quasi senza tempo.
L’adattamento di Doctor Sleep di Mike Flanagan cerca di conciliare (ma qualcuno ne sentiva la necessità?) l’immaginario filmico ormai sedimentato della pellicola di Kubrick con il seguito diretto del libro originale di Stephen King. Il risultato non rende merito né all’uno né all’altro.
Partiamo dall’opera originale. La stesura di Doctor Sleep è stata influenzata da due vettori. Il primo era la voglia di King raccontare la vita di un ormai adulto Danny Torrance. La seconda spinta è arrivata invece da Oscar, un gatto, che ancora oggi trotterella da una stanza all’altra all’interno dello Steere House Nursing and Rehabilitation Center in Providence, Rhode Island. Questo simpatico felino ha una particolare abilità: riesce a predire le morti dei pazienti terminali (finora ne ha predette circa un centinaio).
King a proposito ha dichiarato:
“Pensavo tra me e me: voglio scrivere una storia al riguardo. Poi ho fatto il collegamento con Danny Torrance da adulto e il suo lavoro in un ospizio. Ho pensato: ‘Ecco. Scriverò questo libro.’ Il gatto doveva essere lì. Mi ci vogliono sempre due cose per andare avanti. È come se il gatto fosse la trasmissione e Danny fosse il motore.”
Oltre ad avere questa improbabile premessa Doctor Sleep è, come tutti i romanzi dell’autore americano, un racconto molto articolato. Il libro infatti tocca tanti temi delicati come l’alcoolismo, l’accettazione della morte di chi ci sta vicino, il superamento dei propri sensi di colpa o l’esorcizzazione dei propri demoni personali. Il volume ha inoltre tante altre stranezze alla King, tra cui spiccano dei vampiri succhia “luccicanza” che girano l’America in lungo e in largo a bordo di camper alla ricerca della prossima preda.
Sarò sincero, ho letto il romanzo nel 2014 e all’epoca non mi aveva colpito molto. Ricordo Danny e la perdita del controllo sulla propria vita segnata da alcool, droghe e violenza, insieme alla successiva lenta e resiliente volontà di redenzione. La cosa che però più mi è rimasta impressa è quella costante sensazione di pericolo che trasmettevano le pagine dedicate al rapimento dei bambini. La minaccia durante la lettura era sempre dietro l’angolo, magari nascosta in bella vista in un’America così vasta da rendere il lettore agorafobico.
Mi sono approcciato alla visione del film con poche aspettative (dopo un po’ di tempo è meglio fare così con qualsiasi tipo di adattamento di Stephen King) e anzi cercando piuttosto di lasciarmi trasportare da qualsiasi cosa che il regista Mike Flanagan mi avrebbe proposto durante i 153 minuti di film.
La mia stessa faccia mentre guardavo il film
Non voglio fare spoiler riguardo la trama né parlare delle differenze tra il romanzo e la sua trasposizione, Doctor Sleep a fine visione non riesce a scrollarsi di dosso quella pesante aria tipica dei film realizzati solo per spremere una reliquia del passato. Non è un caso se proiezioni di una versione estesa di Shining sono spuntate un po’ in tutti i cinema, Italia 1 ha perfino trasmesso il film in prima serata la sera di Halloween! Il racconto della redenzione di Danny Torrance diventa un’operazione nostalgia mai troppo banale ma nemmeno abbastanza indimenticabile. Il film è sicuramente gradevole da vedere, con tanti e divertenti riferimenti sia all’originale romanzo Shining sia alla versione di Kubrick. Dopo la visione però lo spettatore più esigente ne uscirà insoddisfatto. Solo alcune sequenze restano davvero impresse, quelle in cui Mike Flanagan vuole osare un po’ di più lasciando una propria impronta stilistica. Ad esempio come in alcune scene che ruotano intorno alla proiezione astrale di un personaggio o le svariate lotte che hanno luogo all’interno della mente dei protagonisti. Il resto del film risulta o troppo piatto o troppo imperniato sul citazionismo che per alcuni, in fin dei conti, non è affatto un problema.
Mike Flanagan ha realizzato l’ottima, nonché consigliata, serie The Haunting of Hill House (disponibile su Netflix): chissà se trattando Doctor Sleep alla stessa maniera avremmo avuto un prodotto più soddisfacente. In ogni caso, consiglio comunque la visione di Doctor Sleep. Magari se potete evitate di guardare Shining prima: il confronto non regge.



