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Death Stranding

Abbiamo giocato tantissimo a Death Stranding e non abbiamo avuto il tempo di scriverci un pezzo. Almeno, fino a ora.

Quando sul mercato arriva un’opera che risulta così difficile da valutare in maniera oggettiva, tutti tendono a diventare dei guru del settore con anni di game studies alle spalle.

Noi ci riteniamo dei semplici fruitori del medium videoludico, abbiamo sì accumulato la nostra sana dose di esperienza nel settore, che ci permette di valutare un opera con uno sguardo più maturo, tuttavia è sempre utile ricordare che vogliamo fare le cose con calma e godercele!

Quindi piuttosto di giocarlo e finirlo di corsa per poter dire la nostra (o non finirlo affatto e tacere come ha fatto qualche giornalista della rivista EDGE) ci siamo presi il nostro tempo, godendoci il dolce peregrinar in un America devastata dal misterioso fenomeno del Death Stranding.
Quello che ci sentiamo di dire è che Death Stranding va giocato.

Sommando sia gli aspetti positivi sia quelli negativi (inutile nasconderne la presenza) ne risulta comunque una delle esperienze videoludiche più particolari dell’ultima decade. Un prodotto mediale che non si può semplicemente etichettare come “simulatore di corriere Amazon” ma piuttosto un’opera che rimette in discussione le basi del medium che fin da troppo tempo sono state date per scontate. Si torna alle basi: si deve rimparare a camminare per poi iniziare a correre; bisogna riconoscere i propri limiti pena il fallimento. Si esplorano nuove dinamiche sociali con il gioco online asincrono.

Creare collegamenti, aiutarsi a vicenda, dare tutto per poter andare avanti, sono solo alcuni dei temi che Death Stranding tocca. Certo, è tutto infarcito di spiegoni e cut scenes tipiche di Kojima ma d’altronde se mi accingo a vedere un film di Wes Anderson non mi posso di certo aspettare la violenza sopra le righe di un film di Tarantino.

Death Stranding è una dose pura di Hideo Kojima. Non è per tutti e va bene così. 🌈🦀