Si è da poco conclusa la terza stagione di Westworld, tra realtà virtuali e futuri programmati, tra nuove conoscenze e nuovi corpi per vecchi host, ed è arrivato il momento di tirare le somme prima di tornare in un “deep and dreamless slumber“.
“Bring yourself back online”
Fin dalla prima stagione Westworld è sempre stato uno show “lento”, basato più sull’atmosfera generale e sulla dicotomia intrinseca del parco, degli host e dei suoi ospiti: una separazione sempre presente per lo spettatore che aveva gli occhi puntati non solo sulla superficie piena di polvere, sporcizia e violenza ma anche al di sotto, dietro il sipario, in un ambiente freddo e asettico, tra pannelli di vetro e linee di codice preconfezionate.
Abbandonare il parco è stato come lasciare andare quella narrativa a favore di un altro tipo di racconto, meno romanzato e più deprimente. Questa volta non sono più gli host al centro dell’attenzione (anzi, ne sono rimasti davvero pochi), ma gli esseri umani e il loro libero arbitrio.
In questa stagione vediamo finalmente il mondo esterno al parco e con nostra grande sorpresa… be’, è un po’ deludente. Non fraintendetemi, all’inizio sono stato colpito in maniera molto positiva da quanto risultavano belli i setting futuristici (soprattutto le location a Valencia), la tecnologia e la maglietta di Giggles che cambiava scritta a seconda dell’umore.
Dopo l’entusiasmo iniziale, seguendo le vicende di Caleb, ci rendiamo subito conto che in realtà non è un futuro così idilliaco ma anzi è piuttosto sconfortante e avvilente, addirittura programmato (se vi ricorda qualcosa, non preoccupatevi, è normale). Siamo nel futuro, ci sono un sacco di meraviglie tecnologiche ma la gente sembra addirittura più depressa di quanto lo sia al giorno d’oggi. A ravvivare le cose ci pensa Dolores, con i suoi gadget (datemi subito il suo assistente virtuale, e tenetevi Siri&co.) e il suo convoluto piano. L’androide in fuga è già all’opera per liberare l’umanità, assoggetta a sua insaputa, a una schiavitù molto simile a quella imposta agli host di un certo parco di nostra conoscenza. Dolores, per liberare la razza umana, deve distruggere Rehoboam, ovvero la IA che controllando tutto e tutti ha evitato più e più volte il collasso della società moderna. A difendere Rehoboam troviamo Serac, l’inventore della IA, nonché spietata fusione di tutti i più potenti CEO che ci vengono in mente oggi. Guarda caso Serac sta proprio cercando Dolores per ottenere tutti quei dati così importanti di cui si è parlato durante la stagione precedente…
Questa è la grande cornice in cui vediamo nel frattempo anche le vicende della vecchia gang del parco, ovvero: Bernard, Maeve, William, e Charlotte Hale.
Se per Bernard è una stagione di transizione, in cui gli sceneggiatori hanno deciso di lasciarlo un po’ all’oscuro di tutto e di metterlo in viaggio insieme a Stubbs per riscoprire se stesso, non si può dire la stessa cosa per William. L’uomo in nero dopo gli eventi della seconda stagione ha deciso di passare il suo tempo come noi in quarantena: bevendo e distruggendo casa. Suo malgrado viene tirato fuori dalla sua accogliente men’s cave e messo di fronte ai suoi personali fantasmi del passato (o per meglio dire vecchie versioni di se stesso), in un episodio che rievoca alla lontana l’ottimo The Riddle of the Sphinx della scorsa stagione senza però riuscire a eguagliarlo. Il percorso di William finirà per incrociarsi anche con gli host fuggiti dal parco, ma nessuna di queste storyline riesce a soddisfare pienamente data la mancanza di una vera e propria closure.

“The Riddle of the Sphinx”
Maeve, come ogni personaggio troppo OP viene relegata prima in una realtà virtuale e poi ricattata in maniera beffarda, come una delle peggiori galoppine, da Serac. Thandy Newton riesce a portare sulle sue spalle tutte le scelte non proprio brillanti da parte degli sceneggiatori (in un mondo in cui esistono armi con la mira automatica l’hanno fatta davvero andare in giro con una katana?). Il suo personaggio che sulla carta e nell’head canon degli spettatori doveva rappresentare l’anti-Dolores, fino alla fine della stagione in realtà combina ben poco, se non nelle ultimissime battute finali, lasciando noi spettatori un po’ a bocca asciutta.
Charlotte Hale è forse il point of view più interessante di questa stagione, anche se il più telefonato; e con molta probabilità dal suo personaggio partiranno le basi per la quarta serie. Sono rimasto invece piuttosto deluso da Serac, interpretato da Vincent Cassel. È chiaro ormai che il vuoto lasciato da Anthony Hopkins non si può colmare, la scelta di aggiungere un cattivone quasi bondiano a tirare le fila di questa stagione non è stata proprio delle migliori (visto poi il risultato). L’altra new entry di questa stagione è Caleb, interpretato da Aaron Paul, molto adatto a interpretare questo personaggio tormentato. Mi ha convinto e soprattutto mi ha lasciato la giusta dose di curiosità nell’attesa di scoprire come si evolverà il suo personaggio in futuro.
“The Absence of Field“
Alla fine c’è Dolores, una Evan Rachel Wood che non accenna minimamente a fermarsi, nemmeno per un secondo: la vera forza motrice di questa serie. Il suo arco narrativo è al centro di questa terza stagione ed è anche il più complesso, con un continuo rimbalzare tra quesiti morali e motivazioni contorte. Devo dire che a fine visione mi ritengo comunque soddisfatto di come il suo personaggio sia riuscito a chiudere un cerchio narrativo quasi coerente (cosa che al giorno d’oggi è più che un lusso) rimandando gli spettatori proprio alle battute iniziali della serie televisiva.
La terza stagione è composta da otto episodi, a differenza delle prime due che ne contavano dieci l’una. Direi che la mancanza di questi due episodi si fa notare, considerando che molto probabilmente potevano essere spesi per approfondire di più un qualsiasi protagonista o indugiare su sperimentazioni narrative come l’episodio “Genre“. Quest’ultimo sicuramente spicca fra tutti gli altri, in una stagione che purtroppo latita di momenti memorabili.
Consiglio senza dubbi la visione di questa terza stagione di Westworld (e anche di tutte le altre se non le avete ancora viste). La production value di questa serie resta altissima, il cast è fenomenale e anche se la sceneggiatura è un po’ claudicante resta di fatto uno dei prodotti meglio realizzati degli ultimi anni.
“I choose to see the beauty”